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Chirurgia innovativa, intervista al medico torinese Bruno Battiston

Da anni attivo nella chirurgia degli arti, il dott. Bruno Battiston è frequentemente in prima pagina grazie ai suoi interventi innovativi. L’ultimo quello che ha salvato la mano ad un bimbo di 4 anni grazie all’innesto su di essa di parte del dito di un piede.

La nostra redazione si è allora collegata con Battiston, dal 2009 Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Traumatologia muscolo-scheletrica del C.T.O. di Torino e dal 2018 della Unità Operativa di Chirurgia della Mano e dell’arto superiore, per un approfondimento più generale sul mondo della medicina.

Cominciamo con questo eccezionale intervento chirurgico effettuato all’ospedale Regina Margherita dove è stato eseguito il trasferimento di una parte del dito del piede ad una mano di un bambino giovane di 4 anni. L’operazione è stata eseguita grazie all’ausilio di un microscopio robotizzato. Qual è la difficoltà dell’intervento?

L’intervento è tecnicamente difficile perché lavoriamo su delle strutture anatomiche molto piccole che vanno trasferite mantenendone poi la vascolarizzazione. Quando noi dobbiamo ricollegare questi vasi nella zona ricevente abbiamo bisogno di uno dei mezzi ottici di ingrandimento estremamente sofisticati, attualmente i microscopi operatori sono già di altissimo livello ma in realtà li sentiamo come una interposizione fra noi e il paziente perché dobbiamo, una volta posizionati, andare a vedere in zone profonde e non ergonomiche, tanto di più in questo momento di Covid, nel quale con i pazienti positivi dobbiamo utilizzare degli scafandri che si interpongono fra l’oculare del microscopio e noi.

Questo microscopio invece trasmette le immagini a un caschetto che noi abbiamo: le immagini non solo vengono trasmesse, ma potenziate digitalmente quindi migliorano l’illuminazione e la possibilità di visione. Questo fa sì che noi abbiamo una qualità d’immagine e una posizione di lavoro che facilita la nostra attività chirurgica anche con strutture così piccole come quelle descritte.

Come ha cambiato il Covid il vostro modo di effettuare gli interventi?

I Dpcm ministeriali hanno dato ovviamente priorità al trattamento di questa patologia. C’è stata una riduzione dei posti letto dell’attività chirurgica ordinaria nel nostro ospedale. Abbiamo continuato gli interventi su patologie urgenti come tumori. Come quantità di attività ha avuto una ripercussione su patologie non urgenti come nel caso del paziente del trapianto alla mano.

Adesso un po’ alla volta stiamo riprendendo l’attività normale come consentito dall’ultima disposizione della Regione.

Questo è il primo lato della vicenda. Il secondo punto riguarda l’impatto sulle modifiche nella nostra attività. La protezione del paziente è nostra come operatori. Il fatto che una volta che il tampone viene fatto il paziente non può più uscire la preparazione deve essere seguita subito dall’intervento se noi facciamo un intervento programmabile. Mentre nei casi di urgenza per noi vuol dire non sapere se il paziente che stiamo per operare possa avere una malattia in corso oppure no. Recentemente i tamponi rapidi ci consentono di saperlo in tempi molto brevi e quindi entriamo in sala operatoria sapendo se il paziente ha una positività o meno. Qualora sia positivo in sala operatoria bisogna usarne una dedicata ad altissima protezione con l’utilizzo di scafandri. Questo ha richiesto investimenti di risorse molto importanti e modifiche di attività nostra come operatori di sanità.

La tecnologia come ha cambiato il mondo della medicina, in particolare nel vostro settore?

La tecnologia, specialmente nel settore ortopedico, ha fatto dei balzi immensi tanto che noi abbiamo diversi protocolli di ricerca con il Politecnico. Non solo la nostra specialità ha avuto un grande sviluppo, pensate a quanto è in continua evoluzione sugli impianti protesici o di materiali che ci consentono la sintesi di fratture sempre più sottili, sempre più performanti ma anche proprio nella comunicazione o nella visualizzazione di strumenti di ingrandimento, trasmissione di dati e telemedicina. L’ortopedia è uno dei settori che per una serie di motivi ha richiesto una rapidissima evoluzione tecnologica sia nei materiali che nella comunicazione.

Professore, spesso lo vediamo intervistato su giornali e telegiornali a livello nazionale e internazionale: qual è l’operazione che le ha dato più soddisfazione?

Non ce n’è una in particolare, c’è la soddisfazione di vedere effettivamente alcuni pazienti che con tecnologie sofisticate riusciamo a portare a una vita normale.

I casi che ricordo con più piacere sono quelli estremi, per esempio mani di bambini devastate da un’esplosione di Capodanno o da un incidente molto grave. L’impatto psicologico è quello di poter ridare fiducia, soprattutto a piccoli pazienti, e poi magari interventi un pochino particolari perché si instaura un feeling con dei pazienti eccezionali.

Credo che molti di voi ricordino la vicenda dell’ultra maratoneta sardo Zanda che ha avuto un congelamento e, trasferito dal Canada, è arrivato a noi come centro di riferimento. Abbiamo potuto dargli la possibilità di tornare a una vita quasi normale ricostruendo una mano e dandogli una protesi bionica.

La politica è sempre dalla vostra parte soprattutto in questo momento o ogni tanto si dimentica della Sanità?

Collegherei il discorso del tema al problema di tipo politico perché se io lavoro in una organizzazione come la Città della Salute, in questo momento vede forse in un futuro non tanto lontano la costruzione di un Parco della Salute. Vuol dire che noi chiediamo risorse in termini umani e quindi un numero di medici che facciano il team sia come professionalità chirurgica, sia gli anestesisti che ci supportano, il personale infermieristico ma anche risorse tecniche.

Uno dei capitoli più importanti della spesa nazionale è quello dell’evoluzione tecnologica cioè starci dietro nell’acquisto di materiali che tutto il resto del mondo utilizza. Queste due cose richiedono grosse risorse economiche.

Noi siamo molto perplessi di come la sanità è stata gestita nel tempo, sperando che la cosa cambi. Il fatto di pensare che la sanità pubblica in qualche maniera si aggiusta per fare pareggio di bilancio non è una cosa di cui siamo molto soddisfatti.

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