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Con il Coronavirus è esploso lo smart working

Nella fase di piena emergenza lo smart working o meglio l’home working è stato fondamentale ed è esploso nei numeri. Prima dell’emergenza Covid, in Italia infatti lavoravano da remoto circa 500mila persone, mentre nel periodo di lockdown si calcolano siano state più di 8 milioni.
Secondo l’indagine condotta dalla Cgil e dalla Fondazione per la ricerca Di Vittorio degli 8 milioni, sei persone su 10 vorrebbero proseguire l’esperienza anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Emerge anche che il 31% ritiene di non avere le competenze necessarie, la metà di non avere in casa uno spazio dedicato, ed il 65% delle donne lamenta che non c’è abbastanza condivisione del lavoro domestico.
Nel 37% dei casi il lavoro agile è concordato con il datore di lavoro, mentre nel 36% in modo unilaterale dal datore di lavoro; solo nel 27% dei casi c’è stato l’intervento del sindacato.
L’indagine che non ha valenza scientifica, è stata condotta attraverso un questionario online compilato da oltre 6 mila lavoratori tra aprile e maggio e contenente 53 domande. Il leader della Cgil Maurizio Landini afferma che il lavoro agile va regolato e che nei nuovi contratti vanno affrontate tutte le modalità e criticità che sono emerse sull’utilizzo dello smart working. E’ opportuno prevedere pause, fare distinzioni tra lavorare il giorno e la notte, di sabato e festivi, sui mezzi da utilizzare.
Insomma si tratta di individuare le soluzioni più adatte per datore di lavoro e lavoratore, per rendere davvero smart il lavoro da casa.

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