home Primo Piano, Tecnologia Intervista a Juan Carlos De Martin, vicerettore del Politecnico di Torino e co-curatore di Biennale Tecnologia

Intervista a Juan Carlos De Martin, vicerettore del Politecnico di Torino e co-curatore di Biennale Tecnologia

Professore De Martin come sarà Biennale Tecnologia?

Questa è la prima edizione, lo scorso anno a novembre c’è stato il Festival della Tecnologia. Il Politecnico aveva scelto di festeggiare i 160 anni dell’Ateneo con una grande kermesse dedicata al tema tecnologia e società che ha registrato 50mila persone, un successo al di là di ogni più rosea aspettativa.
Quindi d’accordo con la sindaca, con molte istituzioni e partner si è deciso di confermare quel tipo di manifestazione, però facendola diventare Biennale Tecnologia. L’impostazione è rimasta la stessa ma sempre con un approccio interdisciplinare, quindi portando delle competenze non soltanto tecniche – io sono un ingegnere – ma anche il contributo di scienziati umani e sociali e anche quello delle Arti grazie anche al contributo dell’arte contemporanea con Paratissima, ma anche della musica, della poesia e della letteratura.

Con la pandemia e il virus, sta cambiando tutto, stiamo utilizzando sempre di più le tecnologie, che conseguenze vede dal punto di vista psicologico nel prossimo futuro?

E’ una bella domanda, nel senso che alcune cose cominciano ad avere qualche dato adesso, ma è ancora presto. La ricerca ha i suoi tempi e quindi nei prossimi mesi, nei prossimi anni da questo incredibile tragico esperimento sociale che stiamo vivendo impareremo delle cose scientificamente fondate. Possiamo cominciare a dire qualcosa, per esempio a Biennale abbiamo degli incontri in cui degli psicanalisti proveranno a ragionare di tecnologia e vi posso anticipare che dialogheranno. Nel preparare questi incontri mi facevano presente che c’è un punto fondamentale, che noi esseri umani siamo “corpi” e siamo abituati a essere corpi in presenza e nonostante questa disincarnazione, questa trasformazione in schermi c’è, profondissimo dentro di noi, il rigetto per questa situazione. Certo molto meglio averla che non averla e quindi siamo ben contenti di poter rimanere in contatto con colleghi, collaboratori, amici, familiari in questa modalità perché senza sarebbe ancora peggio. Ma ciò nonostante c’è qualcosa di fondamentalmente umano che ci manca.

Molti suoi colleghi dicono che, finita la pandemia, ripartirà tutto come prima. Qualcosa ce lo porteremo dietro?

Si ce lo portiamo dietro anche se impareremo a prestare attenzione a cose relativamente banali, adesso stiamo usando uno strumento per dialogare che sostanzialmente è simile ai primi che vedevo 20 anni fa in un certo senso quindi la tecnologia si è molto concentrata in alcuni settori, che sia l’intelligenza artificiale o altre cose più o meno alla moda, lasciando indietro degli strumenti molto semplici ma su cui adesso sta andando avanti l’intera impalcatura della società, come quello che stiamo utilizzando. Potrei fare degli esempi specifici di cosa manca a questi software, però è abbastanza sorprendente che sono rimasti così rudimentali e quindi forse nei prossimi mesi presteremo attenzione anche a queste tecnologie non troppo sexy ma fondamentali.

Il Politecnico è nei primi posti delle classifiche sulla progettazione e sullo sviluppo ma, probabilmente, bisognerà prevedere nei prossimi anni una progettazione di tipo diverso, magari con prodotti “made in Italy”?

Proprio per il motivo che dicevo prima in realtà usando un po’ le competenze che abbiamo sicuramente in questo paese, anche nelle Scienze Umane potremmo rapidamente fare qualcosa di meglio perché se pensiamo a quante volte ci troviamo in conversazione on-line a dire “Hai il microfono spento”, “Scusate devo uscire un minuto”. Tutte situazioni in cui perdiamo moltissimo tempo e rendono tutto più sgradevole, che con un software meglio progettato potrebbe essere risolto.

Come comunicatori abbiamo notato che sono cambiati anche i linguaggi

Sì, l’impatto sul linguaggio è un aspetto importante. L’avevamo affrontato insieme all’Istituto Treccani l’anno scorso al Festival della Tecnologia. Quest’anno effettivamente di meno per fortuna. Abbiamo dei letterati che verranno a parlarne e che toccheranno anche loro questo punto. Il linguaggio è importante, perché effettivamente la colonizzazione di termini tecnici a cui contribuiamo anche noi ingegneri rischia di impoverire la comunicazione.

Da tanti anni abbiamo paura che i robot sostituiscano l’uomo, dobbiamo avere paura?

Guardi sono più di 200 anni che ci preoccupiamo di questo, pensiamo al primo grandissimo libro Frankenstein di Mary Shelley che esattamente 200 anni fa e dove si immaginava in realtà una specie di robot, anche se costruito con parti umane, e poi per tutto il tempo fino ad oggi continuiamo a preoccuparci della sostituzione degli esseri umani con i robot. Peccato che non teniamo conto del fatto che viene costantemente annunciata e non capita e poi dovremmo interrogarci del perché non capita, è un discorso chiaramente ampio. Le cito una notizia di stamattina Wallmart annunciato che avrebbe fatto un investimento in robot per sostituire i suoi tanti lavoratori nei grandi magazzini degli Stati Uniti d’America è giusto oggi annuncia che rinuncia all’iniziativa perché trova molto più utile efficiente ed economico continuare a lavorare con esseri umani.

La politica che cosa dovrebbe fare per lo sviluppo, perché forse mancano anche le regole

Dico una cosa che mi sta molto a cuore: la tecnologia è politica. Nel senso che la tecnologia è uno dei determinanti della vita umana e del futuro. Da questo punto di vista la tecnologia, anziché essere lasciata soltanto a noi ingegneri o alle aziende che le producono, dovrebbe essere oggetto di una riflessione civile politica e culturale molto più ampia per capire di che tecnologia abbiamo bisogno, quando metterla in campo e in che forma, perché la tecnologia non arriva da un altro pianeta. Ogni volta che mi capita di parlare con dei politici faccio presente che dovrebbero occuparsene molto di più, ma non soltanto per regolarla, sicuramente cosa importante, ma anche occuparsene prima che venga messa in campo per capire di che cosa ha bisogna la collettività.

Torino è la capitale dell’Intelligenza Artificiale, che valore ha per la città?

E’ sicuramente uno sviluppo importante perché, se noi intendiamo Intelligenza Artificiale in senso stretto, cioè la disciplina dell’intelligenza artificiale sia più in generale il digitale, possiamo dire che il XXI secolo è il secolo del digitale. L’Italia come tutta l’Europa, ma l’Italia in particolare ha molto da recuperare. Quindi è sicuramente una notizia molto importante e va concretizzata rapidamente per evitare che resti soltanto un annuncio. Per la città vorrebbe dire avere un istituto con potenzialmente centinaia di persone altamente qualificate che interagiscono, interagiscono con le aziende, con le istituzioni culturali, appunto, e con la politica. Ci potrebbe essere sicuramente uno sviluppo importante.

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